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costume e libero pensiero


Je ne suis pas Charlie, mais je suis Hjina et Raif

Pubblicato da Dora Attubato su 9 Gennaio 2015, 21:13pm

Sarebbe difficile per tutti riuscire a guardare negli occhi quei genitori che hanno permesso che la propria bambina, di dieci anni appena, diventasse protagonista di uno degli ultimi attentati kamilaze. Una cosa è certa: il maggior numero di vittime il terrorismo islamico lo miete proprio tra i musulmani stessi. Eppure i duemila morti ad opera di Boko Haram in Nigeria ce li siamo dimenticati dopo un'ora. Questo significa che nella scala del dolore vengono prima i morti di Parigi o di Ottawa? Le eresie sono fuori luogo. Ma la verità è che colpire il cuore della vecchia Europa significa generare un senso di impotenza diffuso, di terrore incontrollabile, che porta a trovare conforto nella solidarietà e nell'identificazione con le vittime. Di qui lo slogan "Je suis Charlie". Ma se c'è chi proprio non ce la fa a sentirsi "Charlie", questi è un nazista o un sostenitore dei terroristi? Il settimanale satirico preso d'assalto dai fratelli kouachi non parodiava solo l'Islam, ma anche le altre religioni. Alla luce di ciò, si può non essere d'accordo sull'irrisione di un credo pur rispettando il diritto alla libertà di espressione e condannando fermamente quanto successo nella capitale francese? E, nello stesso tempo, si può inorridire quando qualcuno osa affermare: "Se la sono cercata"? Le posizioni fuori dal coro sono le più difficili, ma non è detto che l'equilibrio derivi necessariamente da scelte emozionali e di massa, giuste, legittime, ma non sempre condivisibili. Per esempio, quando si parla di integrazione con l'Islam moderato, si ha contezza di questa moderazione? L'Arabia Saudita rappresenta l'Islam moderato e ha aspramente criticato i fatti di Parigi, salvo poi condannare a dieci anni di carcere e mille frustate un giornalista che, secondo l'accusa, avrebbe offeso l'Islam sul suo blog. Non sarebbe più giusto dire che nell'Islam ci sono buoni e cattivi? Ha avuto anche la Chiesa i suoi fondamentalisti, ma li ha apertamente condannati e isolati. Un'operazione del genere, evidentemente, non è riuscita ai leader della comunità islamica se tollerano in Italia casi accertati, ma non denunciati, di poligamia e matrimoni con le minorenni. E questo perché, è il caso di ricordarlo, ci sono nel Corano principi in evidente contrasto con le nostre leggi. Ne citiamo uno solo, ma significativo e che rende l'idea: la donna può essere data in sposa dopo il primo ciclo. In Italia il sesso con i minori ha un nome: pedofilia. La domanda, allora, è: in nome dell'integrazione, necessaria e, probabilmente, non impossibile, quanto siamo disposti noi a venire loro incontro e quanto loro faranno per ritenerci almeno degni di toccare le sacre letture islamiche, visto che gli infedeli non possono prendere in mano il Corano? E se terminare una riflessione con una domanda del genere non è politically correct, è certamente più rassicurante ricorrere ad un'altra identificazione collettiva: "Je ne suis pas Charlie, mais je suis Hjina et meme Raif".

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