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costume e libero pensiero


L'orango della discordia

Pubblicato da Dora Attubato su 25 Febbraio 2015, 14:29pm

Tags: #Calderoli Kyenge razzismo Sgarbi Berlusconi

Sopra, l'ex ministro dell'Integrazione, Cécile Kyenge; sotto, il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli
Sopra, l'ex ministro dell'Integrazione, Cécile Kyenge; sotto, il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli

Sopra, l'ex ministro dell'Integrazione, Cécile Kyenge; sotto, il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli

Per non perdere consensi, fin dove ci si può spingere contro gli avversari nei comizi? Qual è il confine tra la propaganda e l'offesa, tra il folcore e il razzismo? E quando chi ha arrecato il danno morale, fa pubblica ammenda, come ci si deve comportare? Desistere e accettare le scuse o insistere nel vendicare il maltolto? Roberto Calderoli, nel chiedere perdono a Cecile Kyenge per averla definita un orango nel corso di un comizio, ha detto in aula di essere sinceramente pentito. Evidentemente, questo non è bastato all'ex ministro dell'integrazione, che ha digerito male, tra l'altro, la decisione della giunta del Senato a non dare l'autorizzazione procedere contro il vicepresidente di Palazzo Madama. Anzi, ha aggiunto di essersi sentita abbandonata dal suo stesso partito, il Pd. Eppure, quando nel 1994 l'allora segretario del Pds, Achille Occhetto, sempre durante un comizio, diede dell'asino-bauscia-milanese a Berlusconi, il cavaliere non proferì parola. Vale lo stesso per Rosi Bindi, che Vittorio Sgarbi apostrofò come "più bella che intelligente". Per non parlare della sfuriata del critico d'arte contro l'ex magistrato del pool Mani pulite, Tiziana Parenti. Due anni dopo entrambi li ritrovammo uniti in un ricorso congiunto al Tar per protestare contro una decisione del Csm. E che dire di Angela Merkel, con la quale, a detta di Berlusconi, era impossibile fare sesso per via dei fianchi un pò forti? L'incidente diplomatico rientrò in meno di ventiquattr'ore. Ma, dalla diretta interessata, non una parola. E gli esempi sono infiniti. Detto ciò e fermo restando che il razzismo va condannato senza se e senza ma, la questione è un'altra. Libertà oggi vuol dire poter offendere l'Altissimo, la Trinità, Allah e il crocefisso, ma non poter prendere in giro un umano. Libertà vuol dire anche schezare sulla morte. Tutti ricordano la vignetta di Staino in cui l'autore si rammaricava del fatto che in Italia non succedessero tragedie aeree simili a quella che nel 2010 aveva decimato metà classe dorigente della Polonia. A questo punto, resta da chiedersi: dove può la satira e non può la politica? E, soprattutto, dove finisce la libertà e comincia il razzismo e viceversa?

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